Val Pusteria

21 luglio 2024. Val pusteria.

Stavolta devo cercare io un percorso.

Sfoglio tra i percorsi sul Gramin e ne cerco uno adatto a me, ovviamente.

Tra i vari, un giro in Val Pusteria sembra essere quello buono: lo propongo al pargolo assieme ad altri e vince.

Sarebbe da partire presto. Anche perché al pomeriggio sono previsti temporali, ma niente da fare neppure stavolta; del resto vuoi non dormire un po’ di più almeno la domenica?

Comunque, sveglia 6.45, che più o meno servono due ore e mezza di avvicinamento.

Viaggio tranquillo sino a Padola, io guido e Mattia fa un riposino. Lui. E io che mi ero già visto beatamente assopito mentre suonva la sveglia…

Autostrada tranquilla, poco traffico; a Calalzo il navigatore ci suggerisce di deviare per il Passo San Antonio e noi lo assecondiamo. Ci troviamo infine a Padola, ideale per un caffè ristoratore-svegliatore prima di cercare parcheggio a Moso, base di partenza.
Lì c’è un po’ di movimento ma l’area della funivia offre ancora molto spazio. Si può ammirare la Croda Rossa.


Molti, anzi quasi tutti tranne noi, sono lì per una escursione; scarponi, zaini, adulti, bambini. Si inizia bene, strada in discesa, traffico leggero, e biciclette in numero via via crescente. Soprattutto mountain bike.

Mentre mi gusto già i posti, Sesto, San Sandido, gli abitati e i panorami, con un filo di perplessità valuto che dopo una dozzina di chilometri stiamo ancora pedalando in discesa: ora, devo dire che va benissimo, anzi, ma neppure al lettore più pantofolaio sfuggirà il fatto che se all’andata si scende poi al ritorno si sale…

Ci penseremo al momento opportuno punto.

Intanto la giornata ci sta accogliendo con un bel sole e con una temperatura che a casa pagheremmo per avere.

Con un occhio alla strada e uno ai panorami, pedaliamo su piste ciclabili, perlomeno fino ad un certo punto; poi ci ritroviamo su una provinciale e, seguiti rispettosamente dalle auto, continuiamo a scendere, anche ad alta velocità.

Il Garmin ci guida con precisione. Fino ad un certo punto. Probabilmente l’intreccio di diverse ciclabili, stradali e off road, ci fa ritrovare in un percorso non asfaltato. Pensiamo sia breve ma invece non è così: viaggiamo perciò ad andatura ridotta, praticamente a passo d’uomo; incrociamo diversi turisti in mountain bike (ovviamente). Per fortuna lo sterrato è molto battuto, coperto di un sottile strato di briciolino ed in piano. C’è un torrentello e Mattia non resiste: va a sentire l’acqua, che risulta essere molto fresca.

Continuiamo la pedalata sullo sterrato quando ad un certo punto incrociamo mamma-in-bici-da-donna e bimbo-stanco-in-bici-piccola: penso che ormai dovremmo esserne usciti.

E’ così. In breve, ci troviamo alla “periferia” di Brunico, ammetto un po’ disorientati.

Osservo Mattia di soppiatto: a occhio e croce sta contenendo il disappunto.

Gli propongo un caffè al bar di un centro sportivo ma poi rinunciamo cercando un altro posto. Nell’indecisione del percorso da seguire, prendo in mano la situazione e mi dirigo verso quello che potrebbe essere il centro, orientato da campanili. Ed in effetti ci ritroviamo nel bel centro storico.

Forse perché è domenica, ma è praticamenteè  tutto chiuso. Solo turisti spaesati. Noi cerchiamo uno spunto sul display del Garmin anzi, io lo cerco, che Mattia ha desistito stoppando il dispositivo.

Pare se la sia messa via, pensando ad un nuovo giro cicloturistico come sul Garda… sorride, la delusione sul volto, tutto sommato, è ben camuffata.

Come non dargli torto? Le aspettative erano ben altre.

Approfittiamo della sosta per mangiare e bere, anche se Mattia dice di non essere neppure sudato… Io continuo ad osservare il percorso; a me pare si sia sul posto giusto e lo invito a proseguire. Dice che mi segue e casomai torniamo all’auto per qualche strada.

Al primo incrocio in realtà sbagliamo; un sottopasso che poi sale in attorcigliamento è di difficile interpretazione anche per il Garmin che ci porta su una strada chiusa (ma le indicazioni ci sono, deve essersi sbagliato anche il creatore del percorso).

Rapida inversione a U e “percorso trovato”, finalmente; parte la salita, la uno di tre, e Mattia si rianima e pedala con energia sull’ascesa di circa 4 km attorno al 5% di pendenza media.

La completiamo assieme e, a dimostrazione della ritrovata fiducia, Mattia mi comunica di aver ripristinato il Garmin.

Rapida sosta per necessità che da troppo tempo stavo rimandando e ripartenza;  siamo in piano ma ci stiamo avvicinando alla salita due di tre di quasi 20 km, quella che ci condurrà sino al Passo Furcia.

Raggiungiamo il punto di partenza e andiamo, ognuno con il suo passo.

Ancora un percorso in un ambiente sfacciatamente bello; un po’ meno attraenti sono le salite.

Tuttavia, alle pendenze spesso in doppia cifra si alternano tratti più pedalabili, i colori sul display spaziano infatti dal verde al rosso cupo. Tutto sommato riesco a tenere un buon passo mentre Mattia intende “fare un po’ di lavoro sulle zone rosse”. Ho capito, ci si rivede più avanti; mi gusto la sua accelerazione e poi passo a guardare i panorami, che la corsa in solitaria mi lascia osservare.

Pensare che il pargolo, in uno dei suoi lavori, mi dice di essere andato fuori giri un po’ troppo, quasi da star male. Povero dilettante: io sono sempre fuori giri!

Sui tratti più abbordabili ci si ritrova, che mi aspetta, per poi riperdersi.

A metà, dopo poco meno di 10 km, troviamo una fontana sul classico tronco scavato; non rinunciamo all’invito e sostiamo per bere ed ingerire qualche “ carbo”.

Provenienti dalla parte opposta arrivano con le nostre intenzioni, quelle di bere, due coppie di mountain biker molto ben attrezzati.

Ci ringraziano per aver lasciato loro spazio (addirittura!) e con simpatia reciproca scambiamo quattro chiacchere; sono di Brunico, tra loro parlano tedesco; ci raccontano di essere di ritorno e parlando del tempo (ma va?!) ci dicono che lassù non avevano ancora avuto più di due giorni consecutivi di bel tempo (altro che noi) ma che da loro di notte si dorme (altro che noi bis).

Ci fanno notare alcune nuvole che si stanno avvicinando; erano state annunciate.

Ci salutiamo amichevolmente e riprendiamo ognuno per la sua strada, loro in discesa noi in salita.

Altri 10 km che a me paiono più impegnativi dei precedenti, me lo conferma il Garmin, pendenza mai sotto 8% percento ma spesso 12-14%.

Ma i posti sono così belli che la fatica non si sente (sono un bravo bugiardo?).

Una curiosità ad accompagnarci nella pedalate, specialmente in salita, ci sono i tafani, che talvolta siamo costretti ad allontanare togliendo le mani del manubrio; tranne in alcuni punti dove la salita è talmente pendente che loro decidono di rinunciare…

Ricordo un tratto con dei lavori sulla carreggiata ma con semaforo spento; beh, fino ad allora il mio ritmo era decoroso ma quei 200 m … poi mi sono ripreso e sono arrivato in cima come un capriolo – piaciuta questa?

Mattia mi aspetta poco prima del cartello del Passo, non ho ben capito perché, si vede che stare nei pressi della cabinovia lo ispirava. Vero che ormai siamo alle ultime decine di metri, che sono leggere, ma di mio sarei arrivato in cima.

Devo dire che lì sopra non rifulge un gran panorama. C’è un laghetto ma è recintato; forse serve per la neve artificiale.

Foto di rito e via giù verso il fondovalle. Qualche centinaio di metri e ora sì il panorama a 360 ° è davvero fantastico; anche la discesa è molto bella nonostante alcune porzioni siano interrotte da numerosi tornanti; qui tocchiamo la velocità di punta della giornata, circa 72 Km orari per me, circa 76 per Mattia.

La valle che si apre davanti a noi è affascinante: io non resisto e mi fermo per un paio di foto; mi dispiace per Mattia, aspetterà. Ma non per molto: lo raggiungo quasi subito e mi dice di essersi fermato a sedere su di una panca affacciata sulla valle. Lo capisco.

Ci ritroviamo a Brunico e con un certo cielo alle spalle dalle sfumature color grigio, entriamo sulla ciclabile, già percorsa tra l’altro in altro giro (quello di Braies); l’avvicinarsi del brutto tempo deve aver suggerito a numerosi turisti di starsene a casa, che la pista è pressoché vuota.Così riusciamo a spingere, grazie anche a quell’uno per cento di pendenza negativa cioè discesa. Veleggiamo perciò sul filo dei 40 orari per un bel pezzo, sverniciando i pochi mountain biker che troviamo sul percorso; qualcuno corre nel verso contrario al nostro a buono velocità: per tutti si tratta di arrivare a destinazione il più rapidamente possibile.

Mi tornano in mente i chilometri all’inizio in discesa, ricorderete anche voi. Ci penso un po’ e mi viene in mente che in totale chilometri sono 110 e non 105 come pensavamo per cui ci mancano ancora 10 e non 5 Km; con grande disappunto riprendiamo a mulinare, sotto la fresca pioggerellina di montagna, che ha iniziato a scendere ma che non ci dà così fastidio, e controvento, che invece molto fastidio si cè lo dà.

Superiamo San Candido e ora sono un po’ stanco e sto in scia a Mattia. Desideroso, tuttavia, di dare il mio contributo fino alla fine anche in questa salita, sollecito mio figlio a farmi spazio e lasciare che sia io a tirare. Mattia si sposta e passo in prima posizione.

Faccio il possibile, anche di più, mentre penso di avere una lievissima contrattura; non ci do peso e metto un rapporto più agile.

Non passano 50 metri che un crampo mi assale alla gamba destra!

Faccio appena in tempo a segnalare lo stop a Mattia che mi blocco e mi appoggio alla massicciata che fiancheggia la strada.

Non posso fare nulla, non scendere, non appoggiare il piede, non muovermi. In corsa è la prima volta che accuso un crampo e ne ricordo solo un altro a 14 anni dopo un allenamento invernale, che stavo strofinando i piedi sul tappeto sotto il tavolo in cucina; la cosa in parte mi sorprende e in parte mi diverte e Mattia si diverte anche di più: accertato che non cada dalla bici si mette a ridere di gusto ripetendo più volte “mi dice spostati che tiro io… si, si… spostati che tiro io 20 metri e si ferma…” Tocca dargli ragione.

Dopo qualche minuto di attesa riesco a scendere di bici e mi metto a fare qualche leggero esercizio di allungamento, bevo e metto sotto i denti un pezzo di barretta di cui proprio non avevo desiderio.

Passa tutto, infine, e risalgo in bici riprendendo con prudenza, che non si sa mai.

Provata anche l’esperienza dei crampi, non l’avrei mai detto.

Da questo punto il tempo peggiora un poco, soprattutto il vento, che in salita in pratica spinge in giù. E qui devo ringraziare Mattia: si mette davanti e in pratica mi traina sino all’auto, una vera locomotiva. Non lo vedo in viso ma immagino che pedalando continui a sorridere pensando al vecchietto lì dietro.

Da questo punto il tempo peggiora un poco, soprattutto il vento, che in salita in pratica spinge in giù. E qui devo ringraziare Mattia: si mette davanti e in pratica mi traina sino all’auto, una vera locomotiva. Non lo vedo in viso ma immagino che pedalando continui a sorridere pensando al vecchietto lì dietro.Passiamo anche Sesto e sono costretto ad una pausa: sono cotto. Ripartiamo nuovamente a passo di tartaruga, è il mio di passo, che mi riaccendo improvvisamente quando compare il cartello Moso: allora manca poco all’arrivo! Negli ultimi chilometri più volte mi sono chiesto perché non avessimo parcheggiato un po’ più avanti: domanda da ciclista, senza risposta.

Deviazione a destra e ultimo pezzo verso il parcheggio, che davvero ricordavo più vicino, mentre coerente al ricordo è la salita. Ormai ci siamo.

Un ultimo brivido quando, seguendo le orme di Mattia, passo per un’apertura sullo steccato che conduce al parcheggio, anziché entrare per la strada; Il fondo erboso bagnato ed un tronco affiorante pure bagnato fanno scivolare la bici: mi vedo già a gambe all’aria ma senso innato dell’equilibrio, esperienza, padronanza del mezzo, fortuna (decidete pure voi le percentuali) mi fanno stare in piedi.

L’auto ci attende pulita (cit.) e ci rendiamo conto di dover sbrigarci per il rimessaggio, che il tempo peggiora; buona l’idea di Mattia di spostare in mezzo sotto un albero per non bagnarsi durante le operazioni e così, velocemente, sistemiamo le bici e ci cambiamo. Pensavo che non ci si dovrebbe mettere sotto gli alberi, che attirano i fulmini ma lì di alberi ce n’erano tantissimi, la statistica era dalla nostra.

Partiamo accorgendoci di non avere ancora salvato la pedalata sui Garmin, rimasti in bagagliaio (non sia mai!!!) perciò subito altra sosta sotto un altro albero.

Recuperati i dispositivi e lasciata ai posteri la registrazione dell’impresa riportiamo.

Un contatto telefonico a casa per evitare preoccupazioni, con mamma Daniela che ci invita a fare una sosta per uno spuntino.

È curioso, in effetti: queste nostre uscite non contemplano mai il pranzo. Così ci fermiamo nuovamente a Padola; ristorati e soddisfatti iniziamo il tranquillo viaggio di ritorno.

Anche stavolta ce l’abbiamo fatta, bravi!

Alla prossima.

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